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C’era una volta il Carnevale Isernino
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Si riporta l’articolo “Il Carnevale ieri” pubblicato da Mauro Gioielli sulla rivista «POLIS» (Periodico mensile della vita amministrativa, economica e culturale del Comune di Isernia), anno II, n. 2, marzo 2001, p. 14. Durante la prima metà del Novecento, in occasione del periodo carnevalesco, anche Isernia ha espresso proprie forme spettacolari collettive. Si ricordano soprattutto due manifestazioni: I Dodici Mesi e La Porta dell’Inferno, ma non sono mancati altri modi di celebrare la ricorrenza, come ardere un fantoccio e consumare cibi rituali. I Dodici Mesi Si tratta d’un tipo di carnevale presente in varie località del Molise, tra cui Cercepiccola e Bagnoli del Trigno. Si realizza attraverso la rappresentazione d’uno “scenico” almanacco popolare; ogni mese viene raffigurato secondo la standardizzata simbologia contadina (gennaio col freddo, maggio con le rose, luglio col grano, ottobre con l’uva, ecc.). È un rituale di propiziazione agreste che si compie con il richiamo, per imitazione, dell’evento desiderato: il naturale svolgimento del ciclo calendariale. Questo Carnevale «del tempo e della natura» è ovunque caratterizzato da un canto nel quale si illustrano le peculiarità dei diversi mesi. Ecco una significativa strofa della canzone in uso anticamente ad Isernia: I’ so’ settiembre che la ficura moscia tutta la muscatella ze fenisce e se l’annata iesse re prescia che perzeche percoche e mela lisce. La memoria locale ricorda che I Dodici Mesi venivano raffigurati soprattutto attraverso l’allestimento di carri allegorici. Ma c’era anche la personificazione del mese, laddove esso veniva simboleggiato da un uomo appositamente mascherato. La tradizione isernina dei Mesi è entrata in crisi in concomitanza col secondo conflitto mondiale, e s’è poi estinta. La Porta dell’Inferno Sul finire degli anni Venti dello scorso secolo, Giotto De Matteis, attingendo dalla tradizione popolare, elaborò una «mascherata paesana», intitolandola La Porta dell’Inferno, un Atto Unico che racconta, in versi, la storia di alcune “anime dannate” di isernini. Ne sono protagonisti il Diavolo e altri 19 personaggi che rappresentano mestieri e professioni: avvocato, ingegnere, medico, notaio, veterinario, farmacista, maestro di musica, professore, muratore, falegname, calzolaio, pittore, fabbro, sarto, sagrestano, barbiere, macellaio, bigotta, cafone. Essi inscenano una mascherata che, in sintesi, ha il seguente svolgimento. Il Diavolo, fermo davanti alla porta dell’inferno, vede alcune anime che attendono d’entrare. Il Demonio domanda da dove arrivino. Le anime, allora, cantando una per volta, descrivono la città di provenienza. Da quanto ascoltato, il Diavolo comprende che si tratta d’Isernia. Quindi, chiede ai dannati cosa potranno fare una volta entrati; essi, infatti, saranno costretti a lavorare per scontare ogni colpa. Di nuovo cantano tutti, e ognuno confessa le malefatte compiute in vita durante l’esercizio del proprio mestiere. L’ultimo a parlare è il Cafone, il contadino che – minacciando il Diavolo e, quindi, ribellandosi alla sorte toccatagli – canta dei versi dialettali divenuti celebri in città: Ie songhe ru cafone malamende pe me trematte Sernia a ru sessanta a tutte chiscte aglie rate l’aulemente e me so’ fatte pajà pronte cuntante. Tenghe ru piere liegge ce vare pure a le scure te pozze cecà gl’uocchie che sctu chiantature. Infine, tutti entrano nell’inferno, e si conclude la mascherata. La Porta dell’Inferno è stata rappresentata a Isernia nel 1929, ma non si escludono edizioni precedenti. Erroneamente la si ritiene opera autentica di Giotto De Matteis, ma in passato ho potuto dimostrare che non è così. De Matteis, infatti, rielaborò, caratterizzandolo in chiave locale, un modello di rappresentazione carnevalesca documentato in varie regioni italiane. Un esempio è il canto popolare valdostano che Maria Tibaldi Chiesa, nel 1931, raccolse dalla voce d’un un vecchio ottantenne. Ecco come la stessa Tibaldi ne riassume il contenuto: «Lucifero viene sulla terra per ripopolare un po’ l’inferno […]. In breve il demonio raccoglie una numerosa compagnia: il mugnaio che ruba sul peso, il calzolaio che risuola le scarpe col cartone, il sarto che fa i punti lunghi e taglia malamente i vestiti, l’oste che annacqua il vino, il prete intemperante e goloso, il fabbro il quale si tiene l’acciaio che gli è stato affidato; soltanto i lavoratori dei campi sono onesti e né Lucifero né altri demoni possono trascinarseli all’inferno». Come si nota, la canzone valdostana narra una vicenda analoga a quella de La Porta dell’Inferno, e testi del medesimo genere sono stati documentati anche in Lucania. In Molise, inoltre, una mascherata simile è tuttora viva nella tradizione popolare di Toro. Data la sua non marginale diffusione geografica, gli studiosi considerano questo carnevale come una tipologia a sé stante, classificandola come «Canzone dei Mestieri». La Porta dell’Inferno, dopo vari decenni d’abbandono, è stata riproposta in occasione dei carnevali 1995 e 1996, per iniziativa del Comune e di associazioni culturali che si avvalsero del determinante contributo di alcuni intellettuali e artisti isernini. Si trattò d’un riuscito revival della manifestazione, che incontrò il favore di tutti, riscuotendo un successo senza precedenti. Poi, nuovamente l’oblio. Mauro Gioielli |