|
Il
territorio abitato dai Sanniti, nella parte centro-meridionale
della penisola italiana, era chiamato dai suoi abitanti
Safinim i quali designavano se stessi come Safineis.
In latino Safinim divenne per assimilazione Samnium,
da cui i Romani derivarono il termine Samnites per
designare gli abitanti.
I Greci li chiamavano Saunitai e la loro terra Saunitis1.
La
tradizione antica vuole che popolazioni ataviche fossero
immigrate in quelle terre dove precedentemente vivevano gli
Opici o Osci (più esatto Oschi) e che ne avrebbero assimilato
gradualmente gli usi e la lingua, l'Osco appunto. Si crede che
fossero arrivati nel Sannio dalle terre limitrofe dei Sabini, di
cui sarebbero stati i discendenti2 ai quali, secondo Strabone
"... si sono forse aggiunti coloni laconici e che per questo
sarebbero di stirpe ellenica. Inoltre anche i Pitanati (gli
abitanti di uno dei distretti di Sparta, ma anche di Taranto,
colonia laconica della Megale Hellas) si sarebbero aggiunti
ad essi. Sembra che questa spiegazione sia stata inventata dai
Tarentini, che volevano così lusingare i loro vicini a quel
tempo assai potenti ed insieme guadagnare la loro amicizia, dal
momento che i Sanniti potevano mettere allora facilmente insieme
80.000 soldati di fanteria e 8.000 cavalieri ..." (Geo.
VI,12).

Le
popolazioni osco-umbre, che includevano sia i Sanniti che i
Sabini, si erano quindi sviluppate dalla fusione di abitanti del
luogo con infiltrazioni indoeuropee ma, in seguito alla
colonizzazione greca del sud della penisola italiana, anche
mescolanze coloniali elleniche riconducibili agli ultimi periodi
dell'Età del Ferro.
Nel VII secolo a.C. esistevano ormai popolazioni distinte dalla
primitiva radice comune umbra e nel VI secolo a.C., se non
prima, il popolo storicamente noto come Sanniti deve essere
stato chiaramente identificabile ed aver avuto il controllo
incontrastato del Sannio.

Cales5, località Il Migliario.
Olla con coperchio ed anse
(VI secolo a.C.)
IL VER SACRUM
Le
ampie aree pianeggianti dai contorni limitati e modellati dalle
pendici delle impervie montagne del Sannio favorirono quindi
l'insediamento di queste popolazioni stanziatesi probabilmente a
causa di un Ver Sacrum o Primavera Sacra, una manifestazione
divinatoria attuata dalle popolazioni antiche e basata su
emigrazioni forzate3. Che vi sia stata all'inizio
un'impostazione sacrale di tali riti sarà forse vero ma in
seguito questa prassi si rivelò anche un ottimo metodo per
diminuire la pressione demografica in talune zone della penisola
favorendo la colonizzazione delle altre aree limitrofe.
Analizzando le procedure dei riti sacri dedicati alle divinità
dell'Olimpo italico è possibile intuire come venivano a formarsi
le singole tribù sabelle. Ciò grazie anche alla tradizione
tramandataci dagli scrittori antichi che descrissero come questo
rituale-religioso, il Ver Sacrum appunto, spingesse i popoli di
lingua osca ad inoltrarsi sempre più lungo gli Appennini,
discendendo periodicamente alle pianure su entrambi i versanti.
Secondo queste tradizioni il rito arcaico prendeva forma nel
momento in cui avversità di carattere fisico come malattie e
pestilenze oppure psicologico come il succedersi di avvenimenti
negativi, spingessero una determinata tribù a sacrificare i
primogeniti nati nel periodo primaverile al dio Mamerte (Marte).
In verità il sacrificio consisteva nel rendere, coloro che
dovevano essere sacrificati, dei sacrati ovvero persone offerte
al dio in una forma però che rispettava sia l'idea del
sacrificio sia le esigenze di crescita della tribù stessa.
In
questo modo tali individui vivevano fino all'età adulta come
elementi particolari con un destino già segnato. L'obbligo era
di lasciare il proprio gruppo di appartenenza per cercare nuove
terre dove insediarsi, muovendosi sotto la guida di un animale
sacro alla divinità. L'animale guida poteva essere rappresentato
da un toro, un lupo oppure un cervo ed il gruppo emigrante lo
seguiva nel suo errare e si stabiliva nel luogo che pensavano
l'animale avesse indicato.
A
compiere questo genere di migrazioni dovettero essere in modo
particolare quei guerrieri-pastori tipici di tante etnie
mediterranee. Anche l'animale guida ha i suoi equivalenti: la
sua esistenza è nota presso altre comunità indoeuropee.
L'origine remota di tale pratica si può forse ricercare in
qualche cerimonia connessa con la migrazione stagionale delle
greggi.
È
molto probabile che con il passare del tempo non si
facesse più ricorso ad un animale reale ma i Sacrati marciassero
sotto un vessillo su cui l'animale era raffigurato.
Nelle tradizioni dei popoli oschi, l'inizio dei viaggi sacri
cioè il punto geografico da cui partivano i Sacrati per
colonizzare altri territori, era da identificarsi in un luogo
della Sabinia in cui dimorava un oracolo nei pressi di una zona
ricca di acque solfuree, probabilmente l'attuale Paterno tra
Città Ducale e Antrodoco. In quelle terre una volta vi era stato
un grande lago determinato dall'allargarsi del letto del fiume
Velino, in mezzo al quale esisteva una verde isola galleggiante
che era stata indicata anticamente da quell'oracolo ai profughi
provenienti da Dodona, in Grecia, come il luogo dove fondare la
nuova città di Cutilia.
Il "laghetto sacro di Cutilia", nell'odierno territorio di
Rieti, venerato per la sua isoletta natante e ritenuto dagli
antichi come l'ombelico d'Italia4, fu quindi il luogo da cui,
secondo Festo, partirono 7000 Sabini con a capo Comio (o Comino)
Castronio, guidati da un bove, l'animale sacro che avrebbe
indicato la strada da percorrere.
Interpretando i segni divini che il bove, influenzato dal dio
Mamerte (Marte per i Latini, Mamerte per gli Oschi ed Ares per i
Greci) avrebbe manifestato, i Sacrati, dopo un lungo cammino, si
fermarono nella terra degli Opici, presso un colle chiamato "Samnium"
(leggi l'articolo
L'ANTICA CITTÀ CHIAMATA SANNIA
di Franco Valente) da
quella gente, in un'area pianeggiante molto fertile e ricca
d'acqua. Sempre secondo Festo, i Sanniti avrebbero tratto il
proprio nome da quel colle.
La figura di Comio Castronio che guidò i primi Sanniti nel loro
futuro territorio acquisì con il passare del tempo l'aureola
della miticità, tanto che l'immagine iconografica del
condottiero-sacerdote che veglia il bove a riposo venne
raffigurata nel I secolo a.C. come simbolo etnico sulle
monete della Guerra Sociale.
LE TRIBU'
Il popolo sannita propriamente detto era formato dall'unione di
quattro tribù, come spesso elencano gli scrittori antichi: i Pentri, i Carricini, i Caudini
e gli Irpini. In seguito, forse con la nascita
della Lega Sannitica come organismo di coordinamento militare
già dal V secolo a.C., altre tribù stanzianti nell'Italia
centrale si unirono ad essi. Tra queste i Frentani. La tribù che costituiva il cuore del popolo sannita era quella
dei Pentri, che popolava il centro del Sannio nel
territorio compreso tra la catena montuosa delle Mainarde a nord
ed il massiccio del Matese a sud. Forti e temibili, erano la
spina dorsale della nazione. Nell'ultimo periodo delle guerre
contro Roma ressero quasi da soli l'urto degli eserciti
consolari che si infrangevano contro le difese occidentali del
Sannio. Città pentre erano Aesernia, Allifae, Aquilonia,
Aufidena, le due Bovianum, Fagifulae, Saepinum, Terventum e
Venafrum.
I Carricini erano la tribù situata più a nord, stanziata
nei territori meridionali dei monti della Maiella ai confini con
i Peligni. Sembra essere stata la meno numerosa. Città carricine
erano Cluviae e Juvanum.
I Caudini erano i più occidentali e quindi i più esposti
all'influsso greco della Campania. Dalla gran quantità di
reperti di buona fattura trovati durante gli scavi archeologici
si evince la notevole raffinatezza di vita e costumi in un
periodo in cui altre popolazioni limitrofe, tra cui i Romani,
erano lungi dal possedere lo stesso tenore di vita. Vivevano nel
territorio compreso tra le montagne
che delimitano la pianura campana, il Monte Taburno e i Monti
Trebulani, nella valle del fiume Isclero e lungo il tratto
centrale del Volturno. Tra le città caudine ricordiamo
Caudium, Caiatia, Cubulteria, Saticula, Telesia e Trebula.
Gli Irpini abitavano la parte meridionale del Sannio, nel
territorio delimitato dalle vallate dell'Ofanto, del Calore e
del Sabbato. Come i Caudini anch'essi usufruirono dell'influenza
della vicinora civiltà della Magna Grecia.
Gli Irpini erano chiamati uomini-lupo ed il loro
nome deriva da hirpus che in osco significa "lupo". Tra
le loro città principali ricordiamo Abellinum, Aeclanum,
Compsa, Malies o Maloenton (chiamata Malventum dai Romani
per le numerose sconfitte subite a causa dei Sanniti e, in
seguito alla guerra contro Pirro e ad una memorabile quanto
inaspettata vittoria dell'Urbe contro le schiere epirote nel 275
a.C. venne rinominata Beneventum) e Trevicum.
I Frentani abitavano le terre di pianura che dalle falde
appenniniche del Sannio arrivavano fino al mar Adriatico, tra i
territori dei Marrucini a nord ed i Dauni a sud. Erano i
territori più orientali sotto il controllo sannita e si
estendevano per una fascia di circa 20 chilometri dalla costa
verso l'interno.
La
maggior parte dei Frentani era per lo più dedita alla
pastorizia ed all'agricoltura ed erano in prevalenza stanziati
verso l'entroterra. Sapevano andar per mare ma non avevano una
vera e propria flotta o almeno nulla ci è pervenuto dalle fonti
storiche. Eressero centri abitati sulla costa e ne praticavano
il controllo applicando dazi e tributi ai naviganti-mercanti che
frequentavano i loro approdi. Secondo il geografo greco Strabone
(V.4.2), costruivano le loro case adattando ad abitazioni sulla
terraferma le carcasse delle navi naufragate. Città frentane
erano Anxanum, Geronium (forse l'arcaica
Maronea), Sicalenum, Uscosium e Larinum,
quest'ultima, in verità, considerata una cittadina di
"frontiera" cioè era formata da una cittadinanza mista composta
sia da Pentri che da Frentani. Sulla costa, insediamenti
frentani erano Buca, Cliternia, Histonium e Hortona.
Secondo
gli autori classici, erano sicuramente di stirpe sannita anche i Marrucini, i Lucani, ed i Campani. I Marrucini,
stanziati a nord dei Frentani, avevano come capitale del Touto
l'insediamento di Teate, l'odierna Chieti. I Lucani
si insediarono, forse sempre a causa di un "Ver Sacrum", nei
territori compresi tra gli Irpini e le colonie della Magna
Grecia di Metaponto e Sibari. Occuparono le terre degli Enotri a
sud e si spinsero a nord verso la Campania e le colonie greche
di Poseidonia (Paestum) e della foce del fiume Sele. La lingua
osca era la stessa ed osche erano anche le credenze e la
religione. Uno dei più importanti santuari, quello di Rossano di
Vaglio vicino l'odierna Potenza, era dedicato alla
Mefite,
una deità tutta sannitica. Ma con i cugini del nord non vi era
molta unità d'intenti. Le vicende storiche tra i Lucani ed i
touti dei "Sanniti settentrionali" sono state sempre segnate da
alterni periodi di amicizia e di grandi divergenze createsi per
problemi territoriali ed economici.

Chatelaine dalla necropoli
di Alfedena (AQ)
I nascosti interessi romani verso gli sbocchi commerciali
dell'Adriatico e dello Ionio, supportati da interventi militari
celati sotto sembianze pacificatorie, divelsero totalmente
qualsiasi rapporto tra Touti riuscendo ad aizzare l'uno contro
l'altro i diversi gruppi territoriali, distruggendo così le
antiche fratellanze. Questo inserirsi tra dispute "familiari"
allo scopo di trarne vantaggio, portato avanti abitualmente e
senza scrupolo dai Romani, riuscì persino con il popolo dei
Campani, considerato una "costola" dei Sanniti ed affine ai
diversi popoli oschi.
Quando nel V secolo a.C. la Lega Sannitica si spinse verso i
territori che dalle falde dei monti del Matese si aprivano fin
verso le coste tirreniche controllate dalle colonie degli
Etruschi e dei Greci, riuscirono a trasformare le sparse
popolazioni indigene di quelle terre in una unità tribale.
Elevarono la cittadina etrusca di Capua, da fortezza-granaio
difesa da un popolo colonizzatore, alla capitale dei Campani,
cacciando l'etnia etrusca a vantaggio delle popolazioni natie. I
rapporti commerciali e di amicizia tra i Touti stanziati e
confinanti in quell'area vennero ad incrinarsi quando iniziarono
a farsi pressanti gli interventi romani per la salvaguardia dei
propri interessi economico-espansionistici verso il sud
dell'Italia, con la nota tattica del "dividi et impera".
LA SOCIETÀ
I
Sanniti non hanno lasciato, o almeno non ci sono pervenuti,
documenti o codici o semplici scritti che possono oggi aiutarci
a descrivere il loro assetto sociale, politico ed economico.
Solo le fonti classiche ci permettono, congiuntamente alle
attività archeologiche, di ricostruire per grandi linee quella
che poteva essere la vita quotidiana di questo antico popolo.
Il Sannio, al pari di altre regioni, ebbe un processo di
sviluppo alquanto lento fino al periodo delle guerre contro
Roma. Il contatto con i Romani, o meglio lo scontro con i
Romani, sviluppò e rafforzò molto la loro concezione politica di
Stato e, di conseguenza, si ebbe una repentina rinascita della
loro organizzazione sociale, come il contatto con gli Etruschi
della Campania migliorò l'attività commerciale e lo sviluppo
culturale, e la civiltà greca influenzò le convinzioni
religiose. Nella
società sannita non esistevano ricchezze concentrate nelle mani
di pochi personaggi che calamitavano le attività produttive a
discapito del resto della popolazione. Vi erano nuclei familiari
particolarmente agiati che emergevano sulla massa contadina e
dedita alla pastorizia e che spesso caratterizzavano determinati
territori del Sannio, ma la loro agiatezza veniva ripartita con
il resto della popolazione, quasi a sottolineare l'importanza
che i legami di gruppo avevano nella mentalità politica sannita
a discapito dei personalismi e delle sopraffazioni. Infatti non
esistevano latifondisti o proprietari di grandi appezzamenti
terrieri per il semplice fatto che i territori compresi nei "pagi"
erano sfruttabili da tutti coloro che possedevano animali da far
pascolare nelle enormi distese verdi degli altopiani
appenninici, pagando all'amministratore statale dei luoghi il
giusto compenso.
Il
declino dello "Stato Federale del Sannio" avvenuto in conseguenza delle
guerre contro Roma, favorì l'adozione di un atteggiamento
consono alla mentalità dei "nuovi amministratori" che
propendevano verso un tipo di economia basata più
sull'iniziativa individuale che su quella collettiva. Per Roma
era più facile tassare un latifondista che una moltitudine di
pastori. I Sanniti dovettero così adeguarsi per continuare a
vivere in un mondo dove le antiche regole degli avi erano state
abrogate.
La schiavitù non dovette essere una pratica molto seguita
proprio per il metodo in cui la società sannita era organizzata.
Tutti avevano la massima libertà di affermare le proprie
opinioni, tanto da criticare apertamente nelle assemblee i
propri magistrati. Per questa ragione, i Sanniti ebbero una
evoluzione sociale diversa rispetto alle altre popolazioni della
penisola, un'evoluzione che portò queste genti a cognizioni
politiche che rispettavano "in primis" la famiglia ed il
territorio. Erano questi i fondamenti dell'ideologia politica
sannita, e dalla famiglia con il suo territorio si giungeva
all'idea di unità popolare e quindi di Stato.
Sia il clima che la diffusione della pastorizia imponevano ai
Sanniti l'uso di indumenti di lana che veniva lavorata dalle
donne con il fuso per poi essere colorata e venduta. Gli
ornamenti erano solitamente di bronzo, qualche volta d'argento o
d'oro. La donna portava anelli, collane girocollo con pendenti e
bracciali, come quelli con terminali riproducenti cerchi e
spirali (chatelaine) ritrovati in molte sepolture sannite.
L'uomo indossava bracciali bronzei con raffigurazioni varie,
come animali e forme geometriche
ed essendo particolarmente attento all'aspetto ed alla prestanza
fisica, usava indossare candide tuniche strette alla vita con un
cinturone metallico o di cuoio duro, portato in modo da
permettere tutti i movimenti.
Proprio il cinturone era l'emblema dell'uomo sannita, era il
segno distintivo della raggiunta maggiore età. Aveva valenza sia
civile che militare ed era formato da una lunga striscia
metallica, cesellata e borchiata, chiusa con fermagli
raffiguranti soggetti vari, anche mitologici. L'interno era
foderato ed imbottito con cuoio o tessuto, fermato al metallo
con ribattini e graffe. Numerosi sono i cinturoni ritrovati nei
corredi delle sepolture in tutto il Sannio.
Erano ottimi guerrieri e usavano dimostrare la propria baldanza
fisica con giochi di combattimento che avvenivano durante feste
e banchetti ma anche in occasioni di manifestazioni funebri per
la commemorazione di importanti personaggi. Di solito la lotta
finiva con la messa a terra dell'avversario. A volte questi
giochi servivano anche a scegliere i giovani migliori per
maritare fanciulle di particolare bellezza, in modo da evitare
contese sfocianti in modi molto più tragici.
I Sanniti erano monogami ed alla moglie era affidato il compito
di educare i figli e governare la casa. Era una società di tipo
patriarcale.
I GLADIATORI
Il
contatto con i Romani trasformò i combattimenti e le rappresentazioni di forza, svolte in rare importanti occasioni,
in tutt'altra cosa. Entusiasti di queste competizioni, i Romani
le importarono nella loro società trasformandole in avvenimenti
agonistici di particolare violenza, il più delle volte sadici.
Dopo l'annessione del Sannio a Roma, la lotta tra guerrieri in
un'arena divenne lo sport nazionale.
Erano nati i Gladiatori.
Tra
le più antiche testimonianze di un combattimento gladiatorio
svolto a Roma si ricorda quello avvenuto nel Foro Boario nel 264
a.C. organizzato dai nobili fratelli Marco e Decimo Giunio Bruto
per commemorare la morte del padre. Da allora i "Giochi
Gladiatori", chiamati "munus", ebbero un enorme successo tanto che solo pochi
decenni dopo, nel 216 a.C. in occasione dei funerali di un
importante uomo politico romano, furono più di 40 i gladiatori
che si affrontarono in combattimento e per le esequie di Publio
Licinio nel 183 a.C. furono più di cento a scendere nell'arena.
Queste competizioni all'inizio venivano svolte all'aperto, in
recinti lignei dove gli spettatori si accalcavano a ridosso
degli sfidanti. In seguito, quando i combattimenti d'arena
divennero gare seguitissime dai Romani, furono costruiti veri e
propri monumenti dove veniva esaltata tutta la violenza che
questi giochi esprimevano, tanto da arrivare a costruire nel I
secolo d.C. l'arena più imponente di tutti i tempi, il Colosseo.
All'inizio, intorno al III secolo a.C., i combattimenti
gladiatori venivano strettamente associati ai Sanniti, quando
per "samnes" si indicava una particolare armatura gladiatoria e
solo in seguito furono introdotti altri tipi di combattenti come
i Traci, che furono importati da Silla ed i Galli grazie a
Giulio Cesare.
Fino
alla fine del II secolo a.C. i termini "gladiatore" e "sannita" erano
sinonimi.
Tra i gladiatori sanniti più famosi si ricorda Lucilio I di
Isernia, detto l'Aesernino, che alla fine della carriera divenne
"Doctor" cioè addestratore di gladiatori. Le sue gesta
nell'arena risalgono al periodo dopo la "Guerra Sociale" cioè
intorno alla metà del I secolo a.C. La sua palestra gladiatoria
era a Capua e, per la concomitanza dei tempi e dei luoghi, non
si esclude che possa essere stato uno degli addestratori di un
grande gladiatore tracio, Spartaco.
NOTE
(1) Il nome dato
dai Greci pare abbia origine da un tipo di arma utilizzata dai
Sanniti in guerra. Era un tipo particolare di lancia, dal fusto
sottile e dalla cuspide formata da un appuntito ferro bilama che
ne influenzava l'assetto durante la gittata. Quest'arma, quasi
un lungo coltello unito ad una sottile asta, era efficiente alle
brevi distanze, prima di affrontare il nemico con la spada. In
combattimento i guerrieri sanniti di solito ne portavano una
coppia mantenuta nella mano il cui braccio sorreggeva lo scudo.
I Greci chiamavano quest'arma "saunia" per cui il nome Sanniti.
(Sull'argomento vedi anche la prima parte della sezione dedicata
alle
monete sannitiche, la pagina dedicata all'antica città di
Sannia e l'articolo di
John Patterson).
2) Un'epigrafe
osca di Pietrabbondante (iscrizione Vetter 149) e una
moneta del periodo della guerra sociale riportano la scritta
SAFINIM, cioè la denominazione osca corretta del nostro popolo.
Negli ultimi decenni si ci è chiesto se la forma italica SAF può
essere una derivazione del più antico SABH. Infatti "safinim"
"... potrebbe essere una distorsione del nome "sabini", per il
fenomeno dell'assimilazione imperfetta di un suono precedente al
seguente, in cui le consonanti labiali passano innanzi ad "n"
nella nasale e quindi potremmo aver avuto "Sabini - Sabnites -
Samnites..."
(Di Geronimo - Studi di toponomastica sannita - Napoli 1962)
(3) Fra tutte le antiche leggende e tradizioni delle genti
dell’Abruzzo e del Molise quella relativa alla migrazione per la
quale i Sabini divennero Samnites è la più ampia e la più
circostanziata. Essa merita di essere riferita in tutti i suoi
particolari, così come ci è stata trasmessa dagli antichi, e di
essere integrata per quel tanto che l’integrazione può contenere
elementi di una realtà storica; infatti l’esodo dei Sabini va
inteso come un episodio, rimasto tenace nella memoria degli
emigrati, della grande diaspora che disseminò genti sabelliche
dal centro della Penisola in gran parte dell’Italia centrale e
meridionale.
Tra Sabini e Umbri era scoppiata una contesa. Poiché gli uni e
gli altri erano essenzialmente pastori - almeno quei nuclei
delle due tribù che, confinando, non potevano non occupare le
conche dell'aquilano e del reatino - c'e da supporre che la
contesa fosse a causa dei pascoli. Nella rissa i Sabini erano
usciti vittoriosi, ma subito dopo la vittoria si erano
verificate calamità di ogni genere, sicché era sembrata evidente
una avversa volontà divina. I Sabini interrogarono allora un
oracolo che esisteva - si è supposto - tra Antrodoco e
Cittaducale, presso Paterno, località ricca di acque sulfuree.
Nell’antichità vi era esistito un solo lago, ma assai grande,
formato dall’impantanarsi del Velino, in mezzo al quale
galleggiava un’isoletta mobile. L’isola era stata indicata agli
Aborigeni dall’oracolo di Dodona come il luogo presso il quale
avrebbero dovuto fondare la loro città, Cutilia. Successivamente
i Sabini, sostituitisi agli Aborigeni, avevano fatto della zona
un loro centro religioso, dotato di un veneratissimo oracolo. Fu
quell’oracolo, appunto, a rivelare che causa delle calamità
sabine era l’ira di Marte, principale divinità degli Umbri. Per
placarlo, ogni maschio che avesse visto la luce al ritorno della
buona stagione avrebbe dovuto essere a lui consacrato. Ora,
consacrare equivaleva a sacrificare, immolare in onore del dio,
e poiché l’oracolo non specificava di qual sorta di maschi fosse
questione, si può ben immaginare l’animo dei Sabini
nell’ascoltare il responso. Tuttavia, interrogato nuovamente,
l’oracolo precisò che a Marte, dio della forza vitale (e non
ancora dio della guerra), sarebbe bastato il sacrificio di
agnelli, capretti e vitelli, ma che i nati dell’uomo in quella
primavera fatale, giunti alla piena adolescenza, si sarebbero
dovuti staccare dalla tribù e, seguendo segni che il dio avrebbe
mandato, avrebbero dovuto cercare una nuova patria in terra
straniera. A guidarli sarebbe stato un bue a lui sacro che,
sostando, avrebbe segnato la meta. Quale mistico bovaro e,
forse, capo religioso della spedizione, la scelta divina cadde
su un certo Comio Castronio.
Quale via indicasse il bue agli emigranti non è detto dagli
storici che riportano la leggenda. Questa aggiunge solo che
l’animale li condusse nella terra degli Opici, il Molise, e
infine si arrestò dove era un colle chiamato Sannio. Il colle fu
il centro della nuova tribù che da esso avrebbe poi preso nome.
In realtà del nome Sannio si davano anche altre spiegazioni:
alcuni volevano che esso derivasse da "saunion", un particolare
tipo di lancia; altri avevano visto il legame tra il nome dei
Sabini e quello dei Samnites (Plin. N.H. in, 106). Una primavera
sacra sarebbe anche all’origine dei Marrucini, derivati dalla
tribù dei Marsi dai quali avrebbero preso il nome. Ma migliore
testimonianza si ha per quella dei Picentes, originariamente
anch’essi Sabini, mossi dalle loro sedi primitive sotto la guida
di un picchio che si era appollaiato sulle loro insegne.
(Tratto da - V. Cianfarani, L. Franchi dell'Orto, A. La Regina:
"Culture Adriatiche Antiche di Abruzzo e Molise" - De Luca
Editore Roma 1978)
(4) G. DE SANCTIS - Storia dei Romani Vol.1 - La Nuova Italia
Editrice - Firenze 1907 - 1979
(5) Cales (CE) - Località "Il Migliario". Olla con coperchio ed
anse a ponticello derimenti in protomi di animale. Sepoltura
femminile a inumazione. Prima metà del VI secolo a.C.
|