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Fiumi:
Carpino e Sordo
di Mauro Gioielli
I due
corsi d’acqua che cingono Isernia sui lati orientale e occidentale, quelli
che oggi si denominano Carpino e Sordo, anticamente – almeno dal XIV al XIX
secolo – avevano altri nomi. Si chiamavano, rispettivamente, Gianocanense
e San Giovinale (o, semplicemente, Giovenale), erano cioè
torrenti dedicati a due figure sacre: Giano e Giove. Tali «nomi divini»
erano ancora in uso nella seconda metà dell’Ottocento, come testimonia
Stefano Jadopi in una monografia su Isernia, città lungo la quale: «serpeggiano
– egli scrive – i fiumi Gianocanense a dritta e San Giovinale
a sinistra».
Tra gli
antichi era circostanza normale ritenere sacre le entità naturali, quali i
monti e i fiumi. Ciò interessava àmbiti religiosi collegati a tematiche
cosmogoniche e teogoniche. L’acqua, in particolare, attraverso forme
strutturali apparenti, veniva interpretata anche come epiphaneia
idrica, come la Grande Madre Fonte, l’energia dissetante per l’altra Grande
Madre, la Terra Mater. Pertanto i fiumi, come altri “superiori”
elementi, assumevano una simbologia divina, perché imprescindibili forze
ausiliatrici da cui dipendeva la sopravvivenza delle comunità.
Tra gli
Egizi, il Nilo era il «Dio Nilo» e, per rimanere in ambito molisano, il
Volturno era ritenuto dai Romani dimora dell’omonima divinità. Normale,
quindi, che ad Isernia i corsi d’acqua più importanti rappresentassero Giano
e Giove.
Il volgo
isernino, però, come già detto, nel XX secolo, ha cambiato i ‘sacri’ nomi
dei due fiumi in quelli ‘profani’ di Carpino e Sordo.
Il primo,
in particolare, ha mutuato la nuova denominazione dal fatto di scorrere
nella cosiddetta “valle caprina”; difatti fu dapprima chiamato Caprino,
poi mutato in Carpino. Il Sordo, invece, sembra abbia derivato la nuova
denominazione dal suono cupo (sordo, appunto) del suo scorrere.
L’antico acquedotto di
Isernia
Articolo pubblicato da Mauro Gioielli sulla rivista
«POLIS» (periodico mensile della vita amministrativa,
economica e culturale del Comune di Isernia),
anno
II, n. 6, novembre 2001, pp. 14-15.
Come ogni buon
isernino sa, Isernia ha nel suo sottosuolo un acquedotto antichissimo
che – come scrisse
Ciarlanti – «maraviglia
porge à chiunque lo rimira» [1]; opera «che
à pena si può co’ l’animo concepire, e con le parole non à pieno
spiegare» [2]. La difficile accessibilità del sito, la
grandezza dell’opera, i labirintici cunicoli che la compongono, la sua
posizione nel mondo del buio, hanno creato un po’ di mistero intorno
all’acquedotto. Qualche volta si è favoleggiato che fosse una seconda
città, un universo a sé stante, una Isernia sotterranea che nei secoli
ha dovuto competere con le acque, un luogo ancora da esplorare e
comprendere compiutamente, una Isernia sommersa, una
Isernia-Atlantide.
La datazione di questo
«monumento nascosto» non è mai stata chiara. Per Galanti, infatti, «s’ignora
quando sia stato fatto» [3]. Qualcuno vuole che sia d’epoca
sannita; ipotizzandone anche un parziale uso militare. Masciotta lo
ritiene «opera dell’età romana» [4], senza per altro
specificare se del periodo imperiale o pre-imperiale. Non ebbe dubbi di
datazione Raffaello de Rensis che, nel 1910, affermò che l’acquedotto è
«d’epoca Traiana» [5]. La cosa è plausibile, infatti,
Marco Ulpio Traiano, divenuto imperatore nel 98 d.C., promosse il
restauro e la costruzione di numerose opere pubbliche.
Al di là della
individuazione precisa del secolo di costruzione, è certo che
l’acquedotto è antichissimo. Nel Seicento, il già citato Ciarlanti dà
una breve descrizione di questo straordinario monumento underground. La
Natura — egli scrive
— ha dotato Isernia di «tanti
vaghi ruscelli di limpide acque» [6] che nutrivano la
campagna. Ma poiché la città, invece, non poteva goderne gli «antichi
Cittadini fecero un sotterraneo meato con tanta fatica [...].
Forarono dentro le viscere della terra per ispatio più d’un miglio
durissimi, e vivi sassi, e vi formarono un acquedotto [...] che
sufficientemente sodisfa dentro alle pubbliche, e private fontane, e
fuori intorno le mura a i giardini, molini, cartere, & all’arti a cui
l’acqua è di bisogno» [7].
In epoca preunitaria
(1858), fu Stefano Jadopi a descrivere l’acquedotto:«È meraviglioso
il vedere come Isernia, situata sopra una collina, sia stata dai suoi
primi abitatori provveduta di acque in abbondanza, recandovele mediante
un acquedotto [...] tagliato nella collina stessa tra duri sassi,
alla profondità, in alcuni luoghi, di palmi 95, ed ha di altezza palmi
otto, di larghezza palmi 4. Vi sono sei spiragli, onde rendere agevole
il ripulirlo e il ristaurarlo in ogni caso. Questo antico acquidotto
parte dal ponte S. Leonardo, e va fino al così detto Pozzo. In questo
punto se ne devia un ramo che corre all’interno della città, ed anima
sette fontane pubbliche e circa 45 private: l’altro ramo, nel quale
scorre maggior volume di acque, serve ad animare varie macchine
idrauliche» [8].
Nel 1890, è Siro Corti
che, in un opuscolo geografico-storico, scrive di Isernia e annota la
presenza di «un acquedotto di considerevole profondità e larghezza,
aperto nella viva roccia con meravigliosa industria per la lunghezza di
quasi due chilometri» [9]. Pochi anni dopo, nel 1899, è
Gustavo Strafforello che ne parla: «è un antico acquedotto che
provvede sempre d’acqua la città. Esso è scavato entro dure roccie: ha
la lunghezza di 1797 metri, è alto m. 2,112 e largo m. 1,056. Sei
spiracoli corrono dal principio al fondo» [10].
Si evitano qui altre
citazioni, anche perché non potrebbero trovare posto. Va, però, aggiunto
che l’acquedotto fu sempre tenuto in grandissima considerazione, in ogni
epoca. Il 14 settembre 1514, con Diploma di Giovanna III, a varie nobili
famiglie fu concesso di usare gratuitamente quell’acqua per le loro
case, a discapito degli altri cittadini. Solo nel Settecento si decise
di farla pagare. Nel 1816 si fece finalmente strada l’idea di un’equa
ripartizione fra tutti i cittadini [11], ricchi e poveri. Ma
questo progetto, per molto tempo ancora, rimase solo un proposito.
Mauro Gioielli
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