|
|
Si tiene ad Isernia, in giugno, per la festa dei santi Pietro e Paolo
Notizie sulla Fiera delle Cipolle
Articolo pubblicato da Mauro Gioielli sul settimanale «EXTRA», anno XII, n. 10, 11 marzo 2005, pp. 16-17.
|
Altra fiera molto importante è quella che ha luogo il 26 e 27 settembre, in occasione della festa dei santi Cosma e Damiano, già conosciuta nel XV secolo ma divenuta internazionalmente nota sul declinare del Settecento a causa dei culti priapici che, secondo William Hamilton [3], trovavano luogo presso la chiesa isernina dedicata ai Santi Medici. La fiera dei santi Cosma e Damiano era inclusa nella classe definita “delle perdonanze”. Un appuntamento mercantile che non si tiene più, ma che un tempo ha goduto d’un discreto prestigio, è stata la fiera di sant’Ippolito (12 e 13 agosto). Invece, ha svolgimento tuttora quella correlata alla festa del patrono secondario d’Isernia: san Pietro Celestino.
La fiera delle cipolle La fiera più caratteristica di Isernia è certamente quella legata alla ricorrenza dei santi Pietro e Paolo, ossia la fiera ‘delle cipolle’, così detta poiché l’allium cepa L. – assieme all’aglio – ne è stata, per secoli, la protagonista assoluta; e, sebbene in misura minore, lo è ancora. Luigi Vittorio Bertarelli, nel 1926, trattando di Isernia, scriveva: «Il 28 e 29 giu. di ogni anno vi si tiene (nel piazzale Erennio Ponzio) una importante e caratter. fiera detta di S. Pietro dalle cipolle, perché vi si fa mercato di grandi quantità di bulbi di cipolle, che vengono presentati agli acquirenti in mucchi costruiti con grande pazienza. Vi accorrono ad offrire la loro merce tutti gli agricoltori di Isernia, di Venafro e di altri luoghi vicini. Nella zona isernina vengono adibiti a tale coltura c. 50 ettari e la produz. totale è di 3500-4000 Q. La varietà più coltivata è chiamata rossa o di S. Pietro: sono cipolle a forma tonda, schiacciata, di colore rosso rame o rosso vinoso e di notevole grandezza (100 cipolle pesano in media 25 kg.); vi è anche una sottovarietà, detta majorina, che è più precoce della precedente. Nel mercato di Isernia compaiono anche la cipolla bianca, grossiss. e piatta, e l’aglio» [4].
Origine della fiera di san Pietro La fiera isernina intitolata all’apostolo Pietro è di remota istituzione. È segnalata in uno dei settantacinque Capitoli della Bagliva [5] promulgati nel 1487, ma presumibilmente essa preesisteva da secoli (difatti, tali Capitoli erano il riadattamento e la riformulazione di norme precedenti). Il Capitolo quarantesimo, intitolato Delli giorni franchi della fiera, menziona «la festa e la fiera di S. Pietro Apostolo». Sappiamo, pertanto, che tale fiera, almeno dal XV secolo, aveva svolgimento annuale ad Isernia; ma non è dato conoscere se la medesima già fosse caratterizzata dalla presenza distintiva delle cipolle. Questi ortaggi, però, sono citati in nuovi Capitoli, non numerati, aggiunti successivamente (nel periodo che va dal 18 gennaio 1539 al 16 ottobre 1620). Difatti, tra le regole dell’esitura codificate in detti ulteriori Capitoli si legge che era dovuto un pagamento di 3 grana «per ogni salma di cipolle» e che, per non danneggiare i produttori locali, era possibile proibire ai commerciati di fuori città la vendita di più generi alimentari, tra cui agli e cipolle.
Una leggenda Qual è il collegamento fra la cipolla e l’apostolo Pietro? Forse la risposta è in una leggenda isernina [6], che conta varianti in altri luoghi [7]. Un giorno, la madre di san Pietro, donna avara e cattiva, mentre sciacquava in un ruscello delle cipolle appena colte, se ne fece sfuggire una di mano, che fu portata via dalla corrente. Poco più giù, una povera vecchina riuscì ad afferrare l’ortaggio e chiese alla madre di san Pietro il permesso di mangiarlo, perché aveva fame. Quella, per la prima volta nella sua vita, fu colta da benevolenza e acconsentì. Quando la mamma di san Pietro morì, fu mandata all’inferno a causa della sua avarizia. Lei, allora, ricorse al figlio. «Figliolo, mi hanno messo tra le fiamme; è un tormento. Non abbandonare la tua mammina, portami in paradiso con te». San Pietro le rispose che non si poteva: «Cosa direbbero le altre anime, mamma?» La donna, però, non faceva altro che chiamarlo per ripetergli di trasferirla in paradiso. Così, per far cessare quel lamento, san Pietro si decise ad invocare l’intervento di Gesù per tirarla via di lì. «Dopo tutto – disse il santo –, una volta ha fatto la carità ad una vecchia affamata. Le ha regalato una cipolla». A Gesù venne quasi da ridere, però, per far piacere a Pietro, acconsentì che la madre potesse uscire dall’inferno. «Se è stata così caritatevole – disse ironicamente Gesù –, falla appendere ad una resta di cipolle e portala con te in paradiso». Appesa la madre alla resta, il santo cominciò a farla salire verso il paradiso, ma altre anime dannate si avvinghiarono alla veste della donna per salvarsi anch’esse. Ella, allora, cattiva com’era, urlò loro di staccarsi e menava calcioni, perché voleva salvarsi da sola. E tanto urlò e si dimenò che la resta si spezzò, facendola precipitare nuovamente e definitivamente all’inferno. Mauro Gioielli
Note [1] Antonio M. Mattei, Storia d’Isernia, vol. II, Dagli Svevi ai Borboni. Documenti inediti, Athena Mediterranea, Napoli 1978, p. 33. [2] Fernando Cefalogli, Le fiere a Isernia, in Antonio Masi, La fiera nel tempo, Edizioni Eva, Venafro 2005, p. 101. [3] Richard Payne Knight, Il culto di Priapo e i suoi rapporti con la teologia mistica degli antichi, a cura di Alfonso Di Nola, Newton Compton, Roma 1981. [4] Luigi Vittorio Bertarelli, Guida d’Italia del Touring Club italiano, vol. 1°, Italia Meridionale, “Abruzzo-Molise-Puglia”, TCI, Tipografia Sociale del Cav. Carlo Sironi, Milano 1926, p. 343). [5] Il documento originale dei Capitoli della Bagliva è andato perso, ma se ne conosce la quasi totalità dei contenuti grazie ad un antigrafo redatto dopo il 29 ottobre 1718. Il titolo di tale copia settecentesca è Capitoli della Bagliva della Fedelissima Regia Città di Isernia e parim.ti li Capitoli degli Affitti de Corpi della Città. Sul ruolo della Bagliva isernina, cfr. Fernando Cefalogli, Isernia. Strade, vie, vicoli, piazze. L’onomastica storica, Cosmo Iannone editore, Isernia 2000, pp. 101-102. [6] La leggenda la pubblicai, su questo stesso settimanale, in un breve articolo che non firmai col mio nome bensì con uno pseudonimo-anagramma (cfr. Ugo Aielli Mirò, La cipolla di S. Pietro, «Extra», X, 20 giugno 2003, p. 17). [7] Se ne conosce una variante di Pesche (cfr. Mauro Gioielli, Etnomemorie. Le tradizioni popolari di Pesche, Palladino editore, Campobasso 2002, pp. 91-92); altra variante è beneventana (cfr. Mauro Gioielli, Fiabe, leggende e racconti popolari del Sannio, Cosmo Iannone editore, Isernia 1993, p. 206). |