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La festa dei Santi Medici Cosma e Damiano Articolo pubblicato (col titolo "Isernia festeggia i Santi Medici Cosma e Damiano") da Mauro Gioielli sul settimanale «EXTRA», anno XI, n. 33, 24 settembre 2004, pp. 16-17.
A Isernia è sempre stato vivo il culto per i Santi Medici Cosma e Damiano. Fuori del centro abitato, sulla cima d’un poggio ai piedi del quale scorre il torrente Carpino, s’erge un antico eremo, una chiesa loro intitolata. Secondo la tradizione cristiana, San Cosma e San Damiano, i Maravigliosi Aromati (come li chiamò Gio.Vincenzo Ciarlanti nel Seicento) erano due fratelli (quasi certamente gemelli) vissuti nella seconda metà del III secolo. Praticarono l’ars medica; non a caso, infatti, i medici, i farmacisti, gli infermieri, i barbieri (che una volta esercitavano la medicina minore), li venerano come loro Patroni. Cosma e Damiano svolsero quell'attività più per virtù soprannaturale che per scienza umana, dimostrando, anche dopo il loro martirio, grandi capacità di guaritori attraverso innumerevoli interventi di tipo miracoloso. Furono detti anárguroi, ossia «senza argento», a significare che si adoperarono in cure molteplici senza mai pretendere alcuna ricompensa, poiché agivano per santità e non per ottenere profitti. Il culto per questi due santi è sempre stato molto praticato e a loro si attribuiscono eccezionali qualità taumaturgiche. A parere di molti, il culto dei Ss. Cosma e Damiano sarebbe una sopravvivenza cristiana del culto pagàno dei Dioscuri: Castore e Polluce, i figli gemelli di Giove e Leda. Collin de Plancy, infatti, trattando dei due Santi Medici, dice che a Roma la chiesa che porta il loro nome «è l’antico tempio di Castore e Polluce». I Diòs Kouroi, col fisico di abili e possenti atleti, erano sempre pronti ad accorrere dove qualcuno era in pericolo e, pertanto, rappresentavano la soprannaturale forza ausiliatrice. Castore e Polluce, «salvatori di […] molti uomini», erano le figure sacre da invocare per ogni assistenza e in tal senso essi sono certamente assimilabili a Cosma e Damiano, intesi come medici soccorritori cui chiedere aiuto per il pericolo che temiamo di più: quello della salute personale. Il processo sincretico che ha permesso ciò è perfettamente in linea con quella che si potrebbe definire la cristianizzazione delle antiche divinità greche, sannite, latine.
Il culto di Priapo La festa dei santi Cosma e Damiano di Isernia divenne famosa verso la fine del XVIII secolo, quando lo scozzese William Hamilton annunciò d’avervi rintracciato i remains del culto di Priapo. Hamilton aveva avuto notizia della festa leggendo un’anonima lettera del dicembre 1780, che ne faceva il resoconto. Da allora, molti scrittori si sono interessati, più o meno approfonditamente, di tale argomento, e quasi tutti hanno accettato l’interpretazione che Hamilton ha dato della festa. In realtà, la sua tesi mostra evidenti limiti, e quanto fino ad oggi ritenuto autentico sembra non più convincente. Su molti elementi vi sono dubbi, e più d’un interrogativo suscita quello che resta il documento fondamentale di questa vicenda: la Lettera da Isernia che sarebbe stata redatta da un anonimo, che forse tanto anonimo non è. In effetti, alcune notizie inserite in tale epistola sembra siano state “create” ad arte da Hamilton stesso. Inoltre, l’ambasciatore britannico non vide mai la festa isernina, trattando d’un rito cui non assistette mai (e già questo dà il senso d’una certa disonestà intellettuale), fidandosi ciecamente di quanto gli sarebbe stato riferito da «un individuo di educazione liberale» (un anticlericale che volle leggere in maniera distorta il vero senso del culto cristiano per i santi medici). Hamilton era un antiquary (vale a dire un appassionato di antichità, specie d’epoca classica) alla costante ricerca di «cose remote e strane», e ciò evidentemente lo condizionò. Non gli sarà parso vero poter annunciare al mondo la sopravvivenza isernina d’un culto osceno e clamoroso come quello per Priapo. Ma gli elementi serviti a Hamilton, quale probatoria delle sue strampalate teorie di erudito e “pagano” britannico, sono quantomeno controversi.
Leggende Sulla base dei “presunti” culti priapici, la tradizione orale isernina ha inventato diverse storielle e leggende. Eccone un paio.
La grazia e la disgrazia Tanti anni fa, un’anziana signora visitò la chiesa isernina dei santi Cosma e Damiano. Erano i giorni della festa e la chiesa era colma di fedeli venuti da ogni dove. La signora conobbe una vecchia pellegrina con la quale entrò in confidenze. «Ho un figlio lontano in America», disse la prima. «Non mi fa sapere più nulla da tempo. Non so neppure se sia ancora vivo. Così sono venuta per chiedere ai Santi Medici di farmi avere sue notizie». «Ognuno ha i suoi dispiaceri», replicò l’altra. «La mia figlia maggiore è maritata da anni, ma non riesce ad avere figli. Dio solo sa cosa darei per avere un bel nipotino. Spero proprio che San Cosma ascolti le mie preghiere». L’anno successivo le due donne si ritrovarono nella medesima chiesa. «Signora mia», disse la prima, «ho avuto la grazia! L’altra volta, dopo pochi giorni ch’ero venuta qui, ho ricevuto una lettera da mio figlio. Sta bene e presto verrà a trovarmi». Poi domandò all’altra: «E lei ha avuto il nipotino che tanto desiderava?» «Sì», rispose quella, «il nipotino è arrivato. Però quel giorno che chiesi l’aiuto di San Cosma in chiesa c’era troppa gente e tanta confusione; o forse sono stata io che non mi sono spiegata bene col santo». «Cosa intende dire?» «Il fatto è che il nipotino l’ho avuto dalla mia figlia nubile e non da quella maritata», concluse mestamente la seconda signora.
Il diavolo e l’anello C’era una volta un contadino molto geloso della giovane e bella moglie. Un giorno l’uomo, dovendo partire per un lungo viaggio, era preoccupato di dover lasciare sola la consorte. Allora chiamò la donna, le mostrò un santino raffigurante i santi Cosma e Damiano e le chiese di giurargli fedeltà. La moglie baciò l’immagine e giurò facendosi il segno della croce. Il contadino, poi, trasse di tasca un anello dalla foggia unica e lo diede alla consorte. «Moglie – disse – dovrai fidarti solo di chi porterà al dito un anello come questo. Diffida di chiunque altro». La donna annuì e l’uomo, tranquillizzatosi, partì. Trascorse un bel po’ di tempo, finché un giorno la moglie del contadino udì bussare alla porta di casa. Era il diavolo che, tramutatosi in un giovane cavaliere, si presentò alla donna mostrandole un anello identico a quello donatole dal marito. «È il tuo sposo che mi manda – disse il demonio –. Egli dovrà rimanere via ancora per molto e m’ha chiesto di venirti a prendere per condurti da lui». La contadina si fidò e i due partirono a cavallo. Dopo un pezzo di strada il diavolo si fermò in un prato e tentò con la forza di possedere la donna. «L’anello tuo per il dito mio! L’anello tuo per il dito mio!» le diceva. La poverina riuscì a divincolarsi e, volgendo le braccia al cielo, invocò aiuto. «San Cosma medicatore, fai fuggire il tentatore!» urlava. E ancora: «San Damiano, dammi una mano!» Apparvero allora i due Santi Medici che afferrarono la donna e, in volo, la riportarono a casa. Questa seconda leggenda è del tipo L’anello della fedeltà, di cui si trova traccia già nel quattrocentesco Liber facetiarum di Poggio Bracciolini. Nella versione molisana del racconto, i simboli del dito e dell’anello alludono agli organi della generazione. Va detto, in argomento, che a Isernia – per quanto sostenuto da Hamilton – i falli di cera usati come ex voto per la festa dei Santi Cosma e Damiano, erano detti ditoni. Viepiù, per quanto concerne l’anello, si rileva come nel folklore narrativo isernino tale oggetto sia a volte usato per simboleggiare l’organo sessuale femminile.
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